LA TRADIZIONE CONTADINA CUNEESE
In ogni tempo lo spettro della morte ha assillato gli uomini rendendoli consapevoli della loro fine. Di fronte a questa realtà essi hanno costruito riti, credenze e consuetudini, che servono a far fronte alla sofferenza per la perdita di una persona cara e a collocare socialmente tale avvenimento. Anche tra le popolazioni del Cuneese si sono tramandati nei secoli riti antichissimi, intrisi di animismo e fatalismo, molti dei quali di origini romana. Da vari studi sul folklore locale contadino intrapresi nella prima metà del Novecento emergono, non solo la peculiarità delle tradizioni locali, ma una particolare modalità di affrontare la morte e cioè “accettandola” e condividendo tale avvenimento con l’intera comunità.
Il preannuncio della morte
La presenza della morte, nel primo ‘900, per la sua frequenza, era un evento a cui le persone erano “abituate”. Se ne seguiva il cammino e anche se la si perdeva di vista, attraverso presagi e pronostici, ci si chiedeva quando sarebbe riapparsa; era impossibile dimenticarsene. Presagi di morte, ad esempio, erano considerati il canto della civetta o il pianto di un cane. Inoltre, se qualcuno prima di mettere un oggetto sulla bilancia ne indovinava il peso oppure di fronte a un gruzzolo di monete indovinava la cifra precisa senza contarle, allora si riteneva che questa persona entro l’anno sarebbe morta.
A Casteldelfino, in Val Varaita, si credeva che se un morto era stato seppellito di venerdì oppure aveva tenuto la bocca aperta o gli occhi socchiusi, allora un parente presto l’avrebbe seguito. Anche una gallina che cantava come un gallo o un tarlo che nel legno si faceva sentire con un ritmo costante erano dei presagi. La morte, all’interno della parentela, si poteva preannunciare anche attraverso il sogno
L’agonia e il trapasso
In alcune zone i rintocchi della campana annunciavano che qualcuno stava per morire: tre, se era un uomo due, se era una donna. Le donne, allora, andavano in chiesa a pregare per il povero agonizzante. Questi, invece, nella propria casa, aspettava la fine assistito dalla parentela che accorreva immediatamente. Si chiamava il medico solo quando il paziente era veramente grave e, quando arrivava, trovava il malato ormai moribondo. L’ospedale era un “lusso”, “andare all’ospedale voleva dire vendere una vacca” (Nuto Revelli, 1977, p. 86, Introduzione).
In altri paesi, invece, come Vernante, in Val Vermenagna, i rintocchi suonavano solo al momento della morte. Se a morire era un bambino si sentivano i segnet, cioè i rintocchi di una campana più piccola. Questi erano frequenti, data l’elevata mortalità infantile del periodo, ma la morte di un bambino non era considerata una “sciagura”, bensì un “destino”. Questa mentalità emerge nelle interviste del “Mondo dei vinti”: molte persone, con disinvoltura, raccontano di famiglie in cui la metà dei figli erano morti di strane malattie come el mal del grif, la gramisela, el mal ‘dle coste, la puntura.
In alcuni villaggi, quando il dramma ormai si era compiuto, i parenti levavano altissime grida, non solo per il dolore, ma anche, più semplicemente, perché questa era la consuetudine. Subito tutti accorrevano per aiutare la famiglia. Alcuni si occupavano dei lavori più urgenti come accudire le bestie. Altri organizzavano i turni per viè ‘l mort (vegliare il morto). Gli anziani, in genere, lasciavano detto ai loro familiari indicazioni relative a vestizione, funerale, inumazione.
Della vestizione se ne occupavano i parenti, ma spesso era affidata a persone estranee alla famiglia, di solito i più vecchi del luogo, uomini o donne, a seconda del sesso del defunto, che, a Casteldelfino, ricevevano un vestito in dono per questa opera. Era consuetudine vestire il defunto con l’abito più bello in suo possesso: si trattava, non di rado, dell’abito nuziale.
Sempre a Vernante, il morto, a cui non si mettevano le scarpe, era avvolto in un lenzuolo accuratamente cucito, e l’ago che si era usato serviva poi come portafortuna. Si diceva che chi avesse avuto in casa un malato grave e fosse riuscito a dare tre punti con quell’ago al camice del medico venuto a visitarlo, senza che questi se ne accorgesse, avrebbe assicurato la guarigione all’infermo.
Nella camera del morto si metteva sempre un lanternino acceso. In mano al defunto una corona del rosario e se era il capofamiglia gli lasciavano anche il portafogli con una somma simbolica (come se dovesse pagare il viaggio).
La veglia
Alla sera parenti e amici si raccoglievano intorno al defunto per recitare il rosario. A Sambuco, in Valle Stura, i famigliari preparavano un minestrone di riso e latte e lo distribuivano a quanti avevano partecipato alle preghiere. In altre zone, come ad Aisone, sempre in Valle Stura, mangiavano solo coloro che vegliavano la salma. Costoro, uomini o donne, a seconda del sesso del defunto, si sedevano in cucina. Parlavano della persona morta e di altre cose e intanto mangiavano. In genere un piatto unico come la polenta col vino o il riso al latte oppure pane e formaggio. All’alba svegliavano i famigliari e tornavano alle loro case, ma non sempre potevano andarsi a riposare perché il lavoro li aspettava.
La cassa da morto
Le casse da morto erano semplici, in legno grezzo. Ogni famiglia conservava degli assi da utilizzare in queste occasioni. Non avere la possibilità di costruire una cassa era un vero disonore, come lo sarebbe oggi non potersi permettere le spese di un funerale. Solitamente si chiamava un falegname della vallata che costruiva la cassa da morto nel cortile della casa, con i legni che trovava. Se il legno non era sufficiente, la famiglia gli metteva a disposizione anche le assi che adoperava per metterci sopra il pane. Oppure se ne occupavano i vicini di casa. A volte era talmente semplice che: “la paglia del giaciglio spuntava dalle fessure” (Revelli, 1977, p. 88).
Spesso, specialmente nei paesi di alta montagna come Pietraporzio, Valle Stura, la neve rendeva impossibile trasportare la salma al cimitero, per cui questa veniva lasciata, anche per mesi, nel granaio dove il gelo provvedeva a conservarla.
Il corteo funebre
Al funerale partecipava tutta la comunità. Se il percorso non era troppo lungo, il feretro veniva portato a spalle da parenti e amici. A Casteldelfino, a svolgere questo compito, erano quattro uomini o donne, che poi ricevevano in dono dalla famiglia del defunto un panno bianco. In altre circostanze, invece, la cassa veniva caricata su un carretto.
Per la sepoltura di un bambino la bara veniva ricoperta di nastri colorati e portata da alcuni bambini oppure, come si usava a Castelmagno, in Val Grana, da una giovane che da sola la teneva sul capo. Le campane, in questo caso, potevano anche suonare a festa, perché ritornava in cielo un angioletto.
In Valle Stura i cortei funebri, specialmente nei centri maggiori, erano veramente singolari: il feretro veniva trasportato con un carro trainato da buoi e coperto da un lenzuolo. Subito dietro il carro camminava un uomo (o una donna) con in mano una lanterna accesa. Ancora dietro, i parenti più prossimi del morto, recitando preghiere, e poi il resto del corteo.
Se il morto era una donna sposata, il marito doveva partecipare al funerale trasandato e con la barba incolta. In genere indossava un mantello da pastore chiamato “gamarra”. Anche se si trattava di un giorno caldissimo d’estate, la gamarra era d’obbligo. Le donne portavano generalmente un velo nero oppure, in molte valli di montagna, una grande pezzuola bianca chiamata “pezza”. È curiosa un’usanza tipica della Val Varaita: se il morto era celibe o nubile, tutti i giovani che partecipavano al corteo attaccavano al loro vestito un nastro azzurro dato dalla famiglia del defunto.
Si ritrova ancora l’usanza del pianto. Sia al momento in cui la salma usciva dalla casa, sia alla fine della messa, i parenti, specialmente le donne, si lasciavano andare a pianti e lamenti. Chi non piangeva sembrava dimostrare di non aver voluto bene al defunto.
In Valle Stura alcune donne erano addirittura pagate per adempiere a questo compito e venivano chiamate le piurasse.
La dona
Un’altra usanza funebre del Cuneese era la dona, cioè la donazione, che si presentava in diverse forme: l’offerta al parroco, ai poveri o ai parenti e agli amici che avevano partecipato al lutto. In quest’ultimo caso un tipo di dona era anche rappresentata dal banchetto funebre. Quando moriva un capofamiglia si portava in chiesa un sacco del grano migliore, che veniva collocato sull’altare. Se a morire era una donna, solo la metà di un sacco.
A Casteldelfino si portava un pane di segala. A Elva, in Val Maira, per la sepoltura di un uomo si offrivano al parroco del sale, nove chilogrammi di orzo e tre pani; per quella di una donna meno sale, sette chilogrammi di orzo e due pani; per un bambino tre grani di sale e una libbra di farina.
In Valle Po si preparava un piatto con della farina di frumento, un pugno di sale e tre uova. Si avvolgeva il tutto in un panno bianco e lo si lasciava su un tavolo vicino al defunto fino al trasporto. Poi, durante il funerale, una parente seguiva il corteo con questo piatto. Giunti in chiesa lo si faceva benedire dal prete e lo si appoggiava sull’altare. Alla fine della messa, quando la gente usciva dalla chiesa per andare al cimitero, un povero si fermava, lasciava le uova al parroco e si prendeva il resto. Questo era l’ultimo atto di carità del defunto.
Un altro tipo di donazione consisteva nel distribuire il pane ai poveri sia alla fine della messa funebre che dopo la messa di “settima”. Spesso coloro che usufruivano di questo dono non avevano nemmeno conosciuto il defunto, ma chi faceva la fame andava anche a pregare pur di ottenere del cibo.
In Val Grana questa usanza era molto diffusa e a volte il pane veniva sostituito da una moneta. Era offensivo verso la famiglia del defunto rifiutare la moneta donata, in quanto considerato un segno di ringraziamento. Ai poveri si usava anche distribuire indumenti del morto: biancheria, scarpe, vestiario etc… Ad Acceglio, Val Maira, la famiglia del defunto regalava al più povero del paese un vestito nuovo o una somma corrispondente ad esso.
La sepoltura
Al cimitero la fossa era scavata dal becchino oppure dai giovani del paese. La cassa veniva calata alla presenza dei parenti più prossimi che buttavano sopra di essa le prime manciate di terra.
In Valle Gesso a volte si portava la cassa scoperchiata fino al camposanto e poi qui si metteva il coperchio e ciascuno piantava un chiodo.
Il banchetto funebre
Dopo aver terminato il rito della sepoltura, i parenti del defunto e tutti coloro che si erano occupati delle varie pratiche, si riunivano a casa del morto per mangiare.
A Casteldelfino si mangiava il riso cotto nel latte, in altri posti polenta o cibi più “lussuosi”, se vi era la possibilità.
Un famoso proverbio piemontese recita:
chi a l’é mort, a l’é mort e chi a l’é viv as dà confòrt (chi è morto è morto, e chi è vivo si consola)
quindi dalle lacrime spesso si passava all’allegria e al riso. Forse, così facendo, si sfogava l’egoistica soddisfazione di essere ancora vivi, anche se poveri. Inoltre, queste persone semplici, che lottavano ogni giorno duramente per sopravvivere, avevano una certa insensibilità al dolore, proprio perché a questo erano abituati. Svolti tutti i doveri stabiliti dalle consuetudini per fare “bella figura”, si ritornava alla vita di tutti i giorni.
Il lutto
A testimoniare che la morte era passata nella famiglia restava il lutto, che veniva portato per un periodo variabile, a seconda del grado di parentela. Per esempio, una nuora per i suoceri portava il lutto per tre mesi, per un fratello per sei mesi. I figli per un genitore, un anno.
Le donne indossavano un abito nero e c’erano addirittura degli orecchini neri da lutto. Gli uomini, invece, portavano solo un segno: o un bottone nero o una striscia di stoffa nera sul bavero della giacca. Un segno di lutto, a Vernante, era anche quello di togliere i campanacci alle mucche al pascolo.
Il culto e la commemorazione dei defunti
Il culto dei morti era affidato soprattutto alle donne. Dopo che il defunto era stato seppellito, i vivi dovevano compiere doveri imprescindibili.
Nella Castellata e in altri paesi, la sera della sepoltura, si pensava che il defunto sarebbe venuto a dormire per l’ultima volta a casa, per cui le donne gli lasciavano il letto con le coperte rimboccate e la porta della camera socchiusa.
Dopo la sepoltura si faceva la “novena”; ad Acceglio, per esempio, per nove giorni i parenti del defunto si raccoglievano di buon mattino a casa sua e si recavano poi insieme ad assistere alla prima messa. Ad Aisone recitavano per nove sere il rosario a casa del morto.
Questi riti servivano per rendere benefiche e protettrici le anime dei morti. In molti paesi si riteneva che la biancheria del defunto dovesse essere lavata subito e anche le lenzuola in cui era deceduto, altrimenti la sua anima non avrebbe avuto pace. In altri si diceva che fosse necessario smettere di piangere, altrimenti l’anima del morto ne avrebbe sofferto. Forse credenza utile a favorire la rassegnazione. Le donne dovevano poi occuparsi della tomba, pulirla e portarvi dei fiori.
In Valle d’Ellero i morti erano particolarmente irrequieti: dopo la sepoltura per sette giorni vagavano intorno alla chiesa e i vivi li dovevano aiutare con le loro preghiere a trovare la pace.
Anche in altre valli queste anime ritornavano più volte, spesso numerose, e sono specialmente quelle che Dio aveva condannato a lunghi anni nel Purgatorio; andavano nei luoghi dove c’erano le loro spoglie o in cappelle isolate. Tornavano specialmente nel giorno di Ognissanti per cibarsi nelle loro case e riposarsi un poco. Per questa ragione i famigliari quel giorno apparecchiavano la tavola, lasciavano vino, castagne o altri cibi e rifacevano il letto. Il profondo rispetto verso i defunti faceva sperare vivamente nel loro ritorno.
OGGI
Le interviste
Per analizzare la situazione attuale sono state condotte 15 interviste, nella forma del “colloquio informale”. I soggetti intervistati sono stati 8 giovani, quattro femmine e quattro maschi, in una fascia d’età compresa fra i 20 e 36 anni e 7 anziani, tre uomini e quattro donne, di 65 anni e oltre. Gli intervistati provengono tutti da piccoli paesi della provincia e sono stati scelti in base a età e provenienza: si è cercato anche di avere una distribuzione omogenea tra montagna, collina e pianura.
Morte e rituali funebri
Euclide Milano, grande studioso del folklore cuneese, al termine della sua vita riflette amaramente sulla scarsa importanza che i politici e la cultura della prima metà del XX secolo hanno dato alla tradizione locale e, quindi, al suo lavoro. Per la classe dirigente del periodo, infatti, la tradizione rappresenta il passato, che, per definizione, non può che rallentare lo sviluppo della provincia. Siamo negli anni Cinquanta, all’inizio di quel processo di sviluppo della società cuneese, che si avvia in ritardo rispetto ad altre zone del Piemonte e che è, inizialmente, “forzato” dalla classe politica.
Gli anziani di oggi sono i diretti testimoni di quel cambiamento e, indotti a fare un confronto tra la vita di quel periodo e quella odierna, quasi sorridendo sostengono che “era tutto un altro mondo”.
L’artigianato, a partire dagli anni Sessanta, viene sostituito da un sistema di produzione industriale. Inizia l’abbandono della montagna e l’esodo dalle campagne. La gente si sposta in città o in paesi più grandi e va a lavorare in qualche fabbrica, dove, finalmente, potrà avere un reddito fisso:
“Quando mia figlia ha conosciuto mio genero, le ho detto che faceva bene a sposarlo, perché era un bravo ragazzo e poi aveva un lavoro sicuro in fabbrica. Per noi della campagna, invece, non c’era mai niente di sicuro: bastava una mucca che moriva o una tempesta per rovinare una famiglia per tutto l’anno” .
Inizia anche il processo di meccanizzazione dell’agricoltura: al duro lavoro dell’uomo, fatto a mano o con l’aiuto degli animali, si sostituiscono le macchine: “Lavoravamo la campagna, ma tutti i macchinari che si vedono adesso non esistevano, per cui il 90% del lavoro si faceva a mano. L’aratro era trainato dalle bestie, mentre il resto dei lavori li facevamo noi con degli attrezzi molto semplici”.
Di fronte a questi grandi cambiamenti anche un altro grande personaggio , Nuto Revelli, inizia un lungo viaggio nelle campagne, alla ricerca delle ultime testimonianze di un mondo che sta volgendo al termine. Incontra molti giovani che stanchi di coltivare la terra, fuggono verso le metropoli. Solo gli anziani rimangono nelle cascine. Muore una cultura, nell’indifferenza di una classe dirigente interessata solo alla trasformazione della società e che guarda con diffidenza il lavoro di Revelli, semplice descrizione di un mondo subalterno sfruttato come forza lavoro per lo sviluppo industriale. Le campagne, che ancora nell’ultimo dopoguerra erano quelle della malora fenogliana, sono oggi fra le più ricche d’Italia.
Migliorano il livello e la qualità complessiva della vita. Di conseguenza la popolazione diventa più longeva e nascono meno bambini. Si registra il passaggio dalle famiglie “estese” a quelle “nucleari” e cambiano anche i tipi di relazioni esistenti all’interno della famiglia: in un nucleo composto da sole tre persone prevale l’individualità rispetto al gruppo e il legame sacro del matrimonio può essere “sciolto”. Il cuneese vive, così, anche il processo di secolarizzazione.
Anche nel particolare ambito della concezione della morte e dei rituali funebri, Cuneo si dimostra una provincia che rispecchia le tendenze contemporanee. Le interviste condotte nella provincia di Cuneo hanno rivelato come, in conseguenza al processo di modernizzazione, sia cambiata la maniera di concepire e vivere la morte e come sia anche cambiato il tradizionale atteggiamento di fronte al lutto.
Gli intervistati giovani hanno manifestato, innanzitutto, una certa difficoltà a rispondere alle domande proposte e la tendenza a non soffermarsi sugli argomenti. Queste interviste, infatti, sono risultate molto più brevi rispetto a quelle degli anziani e sono state caratterizzate da un clima di imbarazzo e quasi di “costrizione”, evidente dal sollievo al momento del congedo.
Alla domanda “ I giovani pensano alla morte?”, rispondono : “No, ma è normale, perché bisogna riflettere su una cosa del genere? Probabilmente sono una persona superficiale, però per me è fastidioso pensare alla morte, come credo per la maggior parte delle persone. D’altronde perché bisogna angosciarsi? Finche si è vivi bisogna pensare solo a vivere” oppure: “Credo di no, perché è un argomento che li spaventa. Forse ci pensano o ne parlano solo quando muore qualcuno che conoscono.
Al contrario, gli anziani non mostrano alcun problema a parlare dell’argomento. Di fronte al quesito: “ Ti da fastidio parlare di questo argomento?” Una ragazza dice: “Devo ammettere che non mi piace molto affrontarlo, mi angoscia"; mentre gli anziani dicono che è un fatto assolutamente naturale che non li intimorisce.
Le rappresentazioni sociali della morte, infatti, con l’avvento della modernità, come sostiene lo studioso Goffrey Gorer nell’opera La morte e l’Occidente. Dal 1300 ai giorni nostri, sono diventate vergognose e orripilanti. Zygmunt Bauman, inoltre, ne "Il teatro dell’immortalità" sostiene che nell’incapacità di affrontare l’argomento i giovani non sono sicuramente aiutati da una società che non insegna o approva canali nei quali affrontare e sfogare il dolore per il lutto. Sull’argomento i giovani stessi rispondono:
“Ci sono troppe malattie, troppi incidenti, troppe sofferenze e nessuno ti sa aiutare a capire, c’è un grande mistero dietro alla morte” ;
“( I giovani) non sono preparati (alla morte) perché è qualcosa per cui non si può essere preparati ".
Da questi atteggiamenti deriva un fenomeno indagato a fondo da Bauman e tipico della società contemporanea: il morire in solitudine. Esso è determinato dalla difficoltà e dall’imbarazzo nel trovarsi al cospetto del morente e dalla difficoltà a manifestare le proprie emozioni.
Allora si preferisce tenere una certa distanza, come è evidente dalle risposte degli interlocutori alle domande:
“I giovani partecipano alla morte?” :
“Quando è morta una mia coscritta, l’anno scorso, al funerale, su ventiquattro coscritti, eravamo presenti in quattro. E dire che siamo cresciuti e andati a scuola tutti insieme. Questo fatto mi ha molto colpito, mi ha fatto stare male. In un paese piccolo come il nostro si conoscono tutti, per cui se non partecipi ad un lutto è perché non ti interessa”;
“Più che altro ci sono sempre persone più anziane, se ci sono dei giovani è perché sono parenti o conoscevano molto bene il morto. Secondo me una volta, quando i miei genitori erano giovani, c’era più partecipazione da parte di tutti, oggi ci sono più cose da fare per cui non si ha sempre il tempo. Quaranta o cinquant’anni fa il funerale non era solo una messa per un morto, era un’occasione di vita sociale, per parlarsi, vedersi” ;
e “Tu partecipi alla morte?”:
“In linea di massima no. Sto male quando muore qualcuno, prego per lui, ma preferisco non partecipare al funerale. Non sono nemmeno andata al funerale di una mia cara amica che è morta qualche anno fa per un tumore. L’ho pensata tanto, la penso ancora adesso, ma ho fatto la scelta di non andare”;
“Partecipo solo se la persona la conoscevo bene […] in tutte queste situazioni, però, mi sento terribilmente in imbarazzo, non so cosa dire e cosa fare, che espressione assumere. Soprattutto non so come comportarmi con le persone più vicine al defunto, ho paura di dire delle stupidaggini, di essere troppo invadente o troppo distaccata” .
Il voler allontanare la morte e la sofferenza dallo sguardo del pubblico, si manifesta, quindi, nella maniera più evidente durante il funerale, al quale partecipano meno persone e, soprattutto, meno giovani di un tempo e che ha perso alcune ritualità antiche.
Questa trasformazione è stata osservata e vissuta dai testimoni più anziani:
“ […] la partecipazione si è mantenuta abbastanza, perché nei paesi la gente si conosce di più, ma non è la stessa di allora” ;
“ (La gente oggi partecipa) molto meno. Magari vanno al funerale, ma solo così per farsi vedere, non soffrono veramente. La maggior parte di chi partecipa, comunque, sono anziani. I giovani che vanno ai funerali sono pochi, li vedi solo se muore qualcuno della loro età, ma poi sono proprio pochi come numero” .
Questa scarsa partecipazione, secondo alcuni, è stata determinata, oltre che dalla non accettazione del proprio destino, anche dalla perdita della fede:
“A volte i giovani partecipano meno perché non sanno cosa vuol dire perdere un caro e poi perché non sono più credenti come lo eravamo noi. Mi dispiace, ad esempio, quando vedo che i miei figli non vanno più a messa, perché in qualcosa bisogna credere. Però non la penso come certe persone che dicono che ai giovani non interessa niente e nessuno, che non hanno sentimenti. È anche vero che quando sei giovane alla morte non ci pensi” ;
“Devo dire che nel mio paese c’è ancora unione tra le persone, ma la partecipazione non è paragonabile a quella di quando io ero giovane. Allora erano tutti più credenti, era quasi un dovere pregare per i morti, affinché le loro anime fossero in pace. Oggi i giovani non vanno nemmeno a messa la domenica, non ci vanno neanche più i miei figli e mi dispiace molto” ;
Il processo di secolarizzazione, infatti, ha ridotto la percentuale dei nostri contemporanei che vedono la morte come un passaggio ad un’altra vita e, quindi, di coloro che ritengono importante prendere parte al funerale cattolico come rito pubblico di partecipazione e di testimonianza dell’“accompagnamento” a tale passaggio. La perdita della fede e la tendenza contemporanea all’individualismo, fanno sì che al funerale pubblico si sostituisca, per certi versi, un rito più “privato”, o almeno questa è la volontà espressa più o meno esplicitamente dai giovani:
“Secondo me il funerale dev’essere una cosa “privata”, riservata ai parenti più stretti del defunto. Quando sono morti alcuni miei famigliari ho patito molto la presenza di persone che ci conoscono appena e che sembravano soffrire in maniera smisurata. Mi ha dato molto fastidio” ; “[…] le persone di una certa età sono sempre più numerose. Questo è normale, in quanto i giovani sono più impegnati, magari lavorano o studiano, mentre gli anziani hanno tutto il tempo, a volte vanno ad un funerale perché non sanno cosa fare, per curiosare ; “Oggi molti partecipano al rosario solo per curiosare, per vedere com’è il cadavere, se è stato deformato dalla malattia o da un incidente, ad esempio. Poi stanno lì, controllano chi va e chi viene, e magari, usciti dalla casa o dalla camera mortuaria, si mettono a parlare degli affari loro e fanno casino. Tutto questo mi da molto fastidio” .
Ma l’allontanamento della morte dallo sguardo del pubblico inizia molto prima dei riti funebri, con quella che Bauman chiama: “rimozione dei morenti dai focolai domestici” (Barman, 1995, p. 181) cioè il ricovero dei malati in ospedali, ospizi o case di cura. Questo è il primo mezzo attraverso il quale gli uomini allontanano dallo sguardo la “morte brutta e sudicia” (Ariès, 1985, p. 671).
Gli anziani sono stati i primi testimoni del cambiamento avvenuto nell’arco di quaranta o cinquant’anni. Allora si moriva in casa, come gli anziani stessi hanno testimoniato:
“Allora pochi andavano all’ospedale, quasi tutti si curavano in casa, anche quelli che avevano malattie gravissime e dovevano soffrire per chissà quanti mesi. Io non potrò mai dimenticare quello che la mia famiglia ha passato quando mio fratello di ventisette anni era malato. Io avevo undici anni, gli è stato diagnosticato un tumore osseo, dei peggiori. Lo curavamo in casa, faceva la morfina. Aveva dei dolori atroci, urlava in continuazione, i denti gli si sbriciolavano solo a toccarli. Finche è mancato” ;
“Si moriva in casa perché non si parlava nemmeno degli ospedali” ;
“Morivano quasi tutti in casa, all’ospedale non si andava, cercavano di curarli in casa. Adesso appena si ha qualcosa si va subito all’ospedale, non ti lascerebbero mai a casa con qualche malattia brutta” .
“Una volta si soffriva per un morto, oggi spesso fa più pena un cane che muore che una persona. I giovani, se un cane sta male chiamano subito il veterinario, però se hanno un genitore o un nonno da guardare, lo lasciano solo o lo chiudono in un ricovero” .
Z. Bauman descrive coloro che vivono nell’età contemporanea, che chiama anche postmodernità, come di “nomadi” che vagano senza un progetto di vita ben preciso.
Per i giovani quello che conta è “qui ed ora”, non c’è nulla da aspettarsi dal futuro e, quindi, non ha senso parlare di direzioni, progetti, realizzazioni.
Il futuro viene dissolto nel presente e viene dato un valore senza precedenti alla cosiddetta “qualità della vita”. “Adesso” è l’unica sede della felicità. Tutta la vita è costituita da un susseguirsi di “adesso”, tutti di eguale importanza. Ecco la nuova modalità per esorcizzare la morte.
Anche nell’ambito della morte e del rito funebre, la super-valutazione del presente implica la svalutazione del passato e, pertanto, della tradizione locale.
Alcuni intervistati rispondono alla domanda:
Secondo te è un bene o un male che alcune usanze funebri si siano perse?
“È stato un bene, tanto erano solo “apparenza”, secondo me i sentimenti sono gli stessi, oggi come allora. Non era vestirsi un anno in nero che ti faceva sentire meglio, in fondo” (Appendice, I);
“Tante cose erano assurde, come il fatto di portare il lutto e in quel periodo di avere molte limitazioni. Anche il fatto di far dire tutte queste messe per i defunti era assurdo. Erano comportamenti dettati dall’abitudine” ;
“In linea di massima è un bene, perché alcune erano persino un po’ ridicole e di fatto non servivano a nulla. Inoltre ti condizionavano molto la vita, per esempio l’usanza di portare il lutto per un anno ti vincolava a non uscire, non andare alle feste etc…” .
Per evitare che la finalità del tempo assilli i viventi, la vita viene trasformata in piccoli momenti “passeggeri”. La morte viene fatta appartenere al quotidiano, perché nulla dura nel tempo, ma nello stesso tempo la morte è solo una “sospensione”. È evidente, oggi, ad esempio, il carattere effimero delle cose:
“le cose non muoiono a causa della loro vetustà, degli stress sopportati dal metallo, della loro irreparabile disintegrazione, non di cause naturali, non perché la morte è inevitabile. Esse scompaiono molto prima di raggiungere il punto della “morte naturale”. Potrebbero durare indefinitamente, se noi lo volessimo. Ma noi non vogliamo che esse siano immortali” (Bauman, 1995, p. 245).
Ecco, invece, cosa racconta una testimone anziano: “I funerali erano poveri allora, la cassa era fatta proprio con quattro assi messi insieme e le maniglie che servivano per trasportarla, al momento della sepoltura, venivano staccate e usate poi per un’altra bara” .
L’usanza diffusa nel Cuneese di riutilizzare le maniglie per la cassa, rendono evidente la differenza che c’era allora nel rapporto con le cose.
Gli oggetti erano vissuti, usati e riutilizzati, modificati, all’occorrenza e passati ad altri, fino a che diventavano così logori da dover essere buttati.
Da altre interviste:
“Mi ricordo che mia madre, quando è morta mia nonna, ha tinto tutti i suoi vestiti colorati di nero. Li mettevano in una pentola di acqua calda con della polvere apposta” ;
“Di solito a chi andava a vegliare la famiglia regalava la roba del morto, tipo vestiti che si potevano ancora usare” .
Bibliografia
- Bertelli A., Vecchio Piemonte. Storia, leggenda, folklore, Dai Torchi del Maino, Piacenza, 1971;
- Caraglio V., Vernante, Tipografia Martini, Borgo S. Dalmazzo, 1988;
- Caresio D., Grande raccolta di proverbi piemontesi, Grafica Santhiatese, Vercelli, 2000;
- Eandi G., Statistica della provincia di Saluzzo, Lobetti-Bodoni, Saluzzo, 1833;
- Mano L., Abbona A. (a cura di), Percorsi di etnografia nella provincia di Cuneo, Regione Piemonte, Cuneo, 2001;
- Marinane R., Cucina raccontata, Ed. Gribaudo, Cavallermaggiore, 1988;
- Martino O., Cardellino G., Gli oggetti raccontano, Centro Occitano di Cultura “D. Dalmastro”, Castelmagno, 1992;
- Milano E., Dalla culla alla bara, Istituto Grafico Bertello, Borgo S. Dalmazzo, 1925;
- Milano E., Nel regno della fantasia, Bocca, Torino, 1931;
- Milano E., Un giardino di folk-lore, Centro Studi Storico-Etnografici e Museo “Augusto D’Oro”, Rocca De’ Baldi, 2001;
- Revelli N., Il mondo dei vinti, Einaudi, Torino, 1977;
- Pane e monete per il lutto, in “Il coltivatore cuneese”, anno1996, n. 5, 1-15 marzo, articolo non firmato.
(Università degli Studi di Torino - Facoltà di Scienze della Formazione -
Corso di Laurea triennale in Scienze dell’Educazione )
Siri Enrica 21/02/2005