Di Mario Bizzotto
Padre Camilliano
Verona
Il dolore, la malattia e la sofferenza sono accezioni chiaramente distinte tra loro. Nel presente contesto vengono riportate ad un denominatore comune: ad un vissuto, che in maniera irriflessa coagula in sé atteggiamenti, costumi, modi di vivere e pensare. Spetta poi alla riflessione esplicitare i presupposti che modellano l'esperienza del dolore. Ciò infatti che scende nel sangue d'una collettività costituisce un tessuto vivente ed è tale da non aver bisogno della coscienza per esercitare una mozione attiva. La vita precede il pensiero. A questo è necessario ricorrere quando si voglia risalire alle forze che agiscono a tergo o di soppiatto e si cerchi di evidenziare concezioni elementari che hanno un peso sulle abitudini quotidiane e sulle maniere di vivere la sofferenza.
La cornice entro la quale viene attualmente vissuto il dolore presenta molteplici fenomeni che possono essere ricondotti a due principali: alla tecnica e alla secolarizzazione. Al loro alveo ci riportano altri caratteri significativi del tempo: l'apparato istituzionale, l'eliminazione della domanda di senso, la comparsa d'un mondo immaginario, le reazioni psicologiche nei confronti d'una sventura.
Ogni epoca ha una sua sensibilità ed uno stile di vita suo proprio. E' facile capirlo non appena si tenti il confronto tra diversi contesti culturali. Si prenda ad es. l'ottocento, dove non mancano le voci del dolore dalle modulazioni più varie. C'è il dolore desolato di Leopardi, quello entusiasta di Novalis, quello sereno e calmo di Manzoni, quello tragico di Dostoewskij e allo scadere del secolo quello euforico ed entusiasta di Nietzsche. Il romanticismo ha fatto del dolore un'esperienza di spiriti raffinati, gentili ed eletti.1 A nessun sofferente del nostro tempo viene in mente d'essere dotato di spirito nobile perché è colpito da una sciagura. Nessuno si sente orgoglioso del suo male e tanto meno gratificato.
E' forse proprio all'epoca romantica che allude Thomas Mann quando parla della malattia e della morte nel romanzo La montagna incantata. L'incanto, di cui paria l'autore, si riferisce chiaramente al paesaggio montano dove la natura fa sfoggio dei suoi colori, dei prati in fiore, delle stagioni con le loro attrazioni. Ma l'incanto è dato anche dalla malattia e dalla morte, l'una e l'altra trasfigurate in una cornice esaltante. Si guarda tutto dall'alto in una visione superiore e tutto acquista altro volto, tutto è salvato dalle meschine e avvilenti lotte quotidiane. Si passa dalla malattia banale, quella del mondo borghese, timo immerso nella spira degli affari e nella fruizione dei piaceri a quella spirituale, redenta dall'emozione estetica. La malattia è intesa come un'occasione per affrancarsi dalle occupazioni frivole ed essere finalmente a contatto con se stessi.
In Thomas Mann due mondi scendono in competizione tra loro: l'uno raffigurato dalla "pianura", l'altro dall' "altitudine ". Il primo rappresenta la società come si dispiega oggi, intenta ai guadagni, agli scambi commerciali e alla produzione, sedotta dall'ambizione della ricchezza e del potere, un mondo pieno di conflitti, che fa dell'altro un concorrente da sfidare o un nemico da eliminare.
All'interno della cultura borghese il dolore e la morte prendono ima connotazione nuova rispetto alla tradizione. Assumono soltanto un senso negativo, quello della condanna, della sciagura e della maledizione cui si accompagna un processo di occultamento. Non è perciò pensabile parlare del dolore come maestro o della morte come compimento dell'esistenza. Se perfino il prossimo è percepito come un pericolo alla mia attività lucrativa, a maggior ragione lo saranno il dolore e la morte che di quella determinano la sospensione o addirittura la fine.
Passando all'altra sponda: al "mondo dell'altitudine" le cose cambiano, aprono un altro panorama che si stacca nettamente dal clima della società borghese. La malattia include in sé "un principio geniale" e la morte impartisce una lezione di grande valore morale. Chi sa di morire, sa anche essere saggio e soprattutto remissivo e buono. Impara a conoscere l'altro sofferente ed essergli a fianco per solidarizzare. Sente che gli uomini nei loro affanni hanno bisogno di pietà. E questo non è una cosa da poco, se si pensa quante sofferenze l'uomo infligge al suo simile. Se tutti gli uomini si accettassero come mortali sarebbero più umili, si aiuterebbero e si amerebbero molto di più nel breve tempo di vita che è loro accordato.
Quanto al dolore non va dimenticata la sua funzione: portare alla luce sentimenti delicati, liberare virtualità dell'anima che solo nella strettoia delle contrarietà possono manifestarsi. “La malattia ha un doppio volto e un doppio rapporto con ciò che è umano e con la sua dignità. Da un lato è nemica di questa dignità....Dall'altro lato tuttavia è possibile pensare e sentire la malattia come qualcosa di altamente degna dell'uomo... L'uomo (è) tanto più altamente uomo quanto più è sciolto dalla natura, cioè quanto più è malato... Nello spirito dunque nella malattia, consiste la dignità dell'uomo e il genio della malattia è più umano di quello della salute”.2 Il probabile riferimento all'esperienza del dolore nell'epoca romantica e più in particolare l'esplicito richiamo a Schiller, Dosteewskij e a Nietzsche, figure provate da gravi malattie, consente a Mann di individuare i limiti dell'attuale società borghese. Mai questi diventano così vistosi come là dove ha luogo il confronto con la sofferenza e la morte, ambedue ripudiate quali fonti di paure e perciò oggetto di denigrazione.
Mann non ignora il carattere distruttivo che può assumere una menomazione fisica, tuttavia tenta di chiarirne i possibili vantaggi che essa può apportare allo spirito d'un malato. Il dolore ha anche una funzione redentiva, libera l'uomo da se stesso: la peggiore delle prigionie, lo matura, lo conduce alla presa di coscienza del suo stesso essere, fragile e mortale, l'apre agli altri, lo eleva ed educa. Tutto questo non trova facile ospitalità nell'epoca della tecnica. Si ha l'impressione che i successi di quest'ultima rispondano ad un'esigenza di compensazione dovuta allo smarrimento dei valori esistenziali.
Scienza e tecnica avanzano indisturbate, passano di successo in successo, appagano molti bisogni, non risolvono però le domande sul senso della vita. Se ora l'uomo attuale incontra lotte e disagi ed è sprovvisto d'una sensibilità morale in grado di accettare il gioco del dolore, tentando di incorporarlo nell'esistenza, va detto che in lui si accumula un sovraccarico di sofferenza accentuato dal clima della secolarizzazione.
Secolarizzazione e dolore
La città secolare dove l'uomo contemporaneo ha fissato la sua dimora, ha notevolmente acuito il dolore, cambiandone i presupposti di sopportazione. I sistemi interpretativi della sofferenza d'un tempo, relativamente lontano, non reggono più. Il ricorso a simboli religiosi, a figure della fede, a concezioni morali adottate a giustificazione della presenza del male, a livello sociale non riscuote più prestigio. La secolarizzazione ha fatto piazza pulita del sacro. Ci sono stati dei riflussi dell'interesse religioso, non sono stati però in grado di rimettere in piedi la funzione tradizionale della religione. Ai presupposti interpretativi, ormai datati, della sofferenza ne subentrano altri che si richiamano all'alienazione, all'aggressività, alla violenza, all'irritabilità, ai disagi e alle disparità sociali.
Gli impianti messi in atto nella tradizione per spiegare la sofferenza offrivano difese e legittimazioni, che somministravano conforto e soprattutto davano ad essa un senso. La teologia prestava un aiuto al sofferente rendendogli meno difficile le prove del destino e meno dura la morte.4 L'accompagnava prospettandogli le verità della fede: il pensiero della provvidenza, il messaggio della solidarietà divina, la possibilità di redenzione e salvezza, l'apertura verso un altro mondo. L'effetto che ne seguiva era rassicurante. Risvegliava forze psicologiche favorevolmente efficaci, infondeva coraggio, ispirava fiducia, per cui se venivano meno i punti di appoggio terreni contro le avversità, non veniva meno però l'ancora di salvezza della fede. Le protezioni, alimentate da una lunga tradizione religiosa non costituiscono più una sicurezza istituzionalizzata e socialmente condivisa. La sofferenza nella città secolare, a dispetto dei progressi della scienza, anziché diminuire aumenta.
Tutti i riferimenti a sistemi di senso: fede, sopravvivenza, redenzione, non sono più socialmente vitali.5
Weber ha chiarito in termini lucidi lo spirito del nuovo mondo, la cui unica certezza è riposta nella scienza. Quando poi a queste si rivolge la domanda come si deve vivere, non si ha alcuna risposta. La scienza somministra in larga misura le tecniche più potenti per dominare il mondo, ma non dice una parola sul senso di questo dominio e tanto meno sul senso del dolore. Mette a disposizione utensili che un tempo, non da lungo trascorso, erano inimmaginabili, ciò nonostante lascia l'individuo indifeso non appena questo voglia chiarire a se stesso come comportarsi nelle contrarietà. Eppure una risposta al proposito è necessaria per salvare la propria dignità. Solo la scoperta d'un senso consente di attraversare la sofferenza in modo creativo.
Questo del senso è il problema cruciale del nostro tempo.6 Si è cercato di risolverlo con tentativi ingegnosi ma senza arrivare a conclusioni appaganti. C'è chi generosamente si tuffa nel turbine della vita e proprio nell'esperienza del naufragio avverte che gli è dato di toccare il punto culminante della propria realizzazione.7 Si compiace di lottare e misurarsi con ostacoli insormontabili, appunto per verificare la forza d'animo e l'imperturbabilità dello spirito. Le virtù dell'eroe diventano un obiettivo seducente, che presta però il fianco a molte obiezioni. Qui si fa la domanda sul senso e si risponde con una scelta pratica, il che significa eludere la domanda posta. Nietzsche è un esempio significativo. Parla della sofferenza ed invita alla calma imperturbabile dello stoico. Parla della morte come d'una festa alla quale disporsi con gioia.8 Non riuscendo a trovare una via d'uscita nel dolore, sfodera l'arma della mistica, la scelta indubbiamente più elegante per mascherare l'esigenza del senso.
C'è d'altra parte chi non riesce a controllare i propri sussulti d'inquietudine e non esita a pronunciare il proprio no all'assurdo gioco del dolore. La mancanza d'una chiarificazione del male sfocia nell'esasperazione. L'uomo può rinunciare a tante cose nella vita, non però al senso. Chi per natura è dotato di ragione non può arrendersi all'insignificanza universale. Se la forza della ragione risulta insufficiente per rispondere a certi interrogativi, è necessario aprire altre vie. Del resto l'uomo supera la ragione, è capace anche di sperare e credere. Quello che non si può capire - dice un personaggio di Camus - si deve amare; va aggiunto: quello che può diventare oggetto di amore, lo può diventare anche di fede e speranza.
Nella cultura contemporanea non si chiede più: che significato ha il dolore? Ma: cosa fare per eliminarlo? Non si vuole con questo mettere in dubbio l'importanza delle scelte operative, soprattutto là dove esse diventano indilazionabili, data l'urgenza del bisogno. Anche la scelta operativa è certo importante soprattutto là dove essa si fa urgente.
Bibliografia
1 - Cf. Sonntag S., Krankheit als Metapher, Fischer, Frankfurt a.M., 1996, tr.it.. Malattia come metafora, Torino.
2 - Mann Th., Saggi su Goethe, tr.it, Mondadori, Milano 1982, 45s.
3- Cf. Natoli S., L'esperienza del dolore, Feltrinelli, Milano 1989, 251ss.
4 - Cf. Berger P.L., Zur Dialektik zwischen Religion und Gesellschaft, Fischer, Frankfurt a, M., 1981,54.
5 - Cf. Oelmüller W., Per una interpretazione delle odierne esperienze del dolore e della morte. In Concilium 11(1975) 3,127-145.
6 - Cf. Frankl V., Der Mensch auf der Suche nach dem Sinn, Herder,, Freiburg 1973, 65.
7 - Cf. Guardini R., Libertà, grazia, destino, tr.it, Morcelliana, Brescia 1957,175ss.
8 - Cf. Nietzsche F., Così parlò Zarathustra, tr.it., Mondadori, Milano 1985,176, il proemio § 4 “il capitolo del superamento di sé”.
06/12/2006